Leone XIV sulle orme di Agostino
La visita pastorale di Leone XIV a Pavia e a Sant’Angelo Lodigiano ha una cifra particolarmente epocale, perché indica che l’umanità si trova davanti a un bivio, per certi versi, drammatico. Il primo pontefice agostiniano della storia, davanti all’urna contenente le spoglie terrene di Sant’Agostino, nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, con uno sguardo profetico, annuncia che siamo di fronte a due strade. Infatti, come afferma nella sua prima enciclica, “Magnifica humanitas”, pubblicata, non a caso, prima della sua visita a Pavia, dobbiamo scegliere tra due “mondi” possibili: da una parte il mondo del profeta Neemia, dall’altra parte quello della Torre di Babele. Il primo orizzonte è quello di un ebreo, che vive in Persia, sotto Artaserse: egli viene a sapere che Gerusalemme, la sua terra di origine, sta “bruciando”; di conseguenza, decide di lasciare la Persia e di tornare in patria, per costruire un mondo nuovo, ricco di speranza, di valori, di umanità.
Il secondo orizzonte, invece, è quello della Torre di Babele, che indica un’umanità superba, connotata dalla “hybris”, che ha solo sé stessa come riferimento e che vuole rinunciare alla verità e a Dio. Le due strade richiamano le due “città” di Agostino: quella celeste e quella terrena, approfondite nel suo capolavoro “La città di Dio”. Esse non sono luoghi fisici, materiali, visibili, ma sono modi di vivere dell’essere umano, cifre dello spirito, caratteri della nostra interiorità. La città celeste richiama un’umanità affamata di verità, aperta alla trascendenza, mai sazia della dimensione meramente materiale. Se vogliamo, essa contiene la sintesi di tutta la filosofia di Agostino, perché presenta implicazioni metafisiche, etiche, antropologiche e storiche. In tale orizzonte, l’uomo cerca sempre di oltrepassare il confine del finito, con tutte le sue facoltà: sia con il pensiero, l’intelligenza e la ragione, sia con il sentimento, la volontà e la fede. Per il filosofo di Tagaste, infatti, non deve esistere un conflitto tra il pensare e il credere, tra la ragione e la fede: egli spesso dice che pensa per meglio credere, crede per meglio pensare. Il sapere implica unità, quindi un essere umano visto nella sua integralità, come persona terrena, che vive “nel” mondo, ma non “per” il mondo, poiché la sua essenza è spirituale.
Un altro concetto fondamentale di Agostino è quello di “persona”, che ha il “pondus” il suo vero valore non solo nell’intelletto, nella cultura, ma, soprattutto, nell’amore. Quest’ultimo, inteso come “agape”, amore puro, implica apertura all’altro, coscienza dei propri limiti, sguardo sull’oltre, ricerca di relazioni, percorsi di compimento. Secondo il Santo Padre, se l’umanità segue questa “città”, può affrontare in modo costruttivo anche le sfide dell’Intelligenza Artificiale e della tecnologia, in quanto le usa come mezzi, non come fini e, così, può diventare una “magnifica umanità”, padrona del proprio destino. La città terrena, invece, come la Torre di Babele, è il luogo della perdizione. In essa l’uomo si smarrisce in un mondo senza senso, nichilista, senza verità, convinto di essere l’unico fulcro dell’universo. In tale orizzonte, noi rischiamo di essere travolti dalla tecnologia e dall’Intelligenza Artificiale, poiché, avendo perso ogni riferimento con la verità, implodiamo nella nostra finitezza, ci illudiamo di essere onnipotenti, e, alla fine, cediamo la guida del mondo alle macchine, che noi stessi abbiamo costruito, in una sorta di suicidio della civiltà. Come possiamo vedere, il primo papa agostiniano della storia ci indica la via della salvezza, che non è quella di un’umanità autoreferenziale, che usa una ragione chiusa in sé stessa, ma quella di una “magnifica” umanità, illuminata dalla verità, che, in sé stessa, trova la ragione di andare oltre.