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Brescia
di ANGELO ONGER 07 gen 09:29

Remo Bernacchia, presenza lievitante

Lunedì 21 dicembre i familiari e gli amici hanno accompagnato Remo Bernacchia alla sua ultima dimora terrena nel cimitero di Mompiano. Era nato a Fossombrone (Pesaro) il 12 maggio 1937. É arrivato a Brescia nel 1963, fresco sposo, destinato a dare il suo contributo alla vita e alle opere de La Scuola editrice. Solo Remo potrebbe raccontarci come ha vissuto l’impatto con una nuova terra; di fatto gli sono bastati pochi mesi per affiatarsi con un mondo che aveva in parte conosciuto a Roma dove era approdato a 21 anni, chiamato a dare la sua collaborazione nell’Ufficio Juniores della Gioventù Italiana di Azione cattolica.

Il fratello gemello don Romolo nel saluto funebre ha ricordato che a 16 anni «era tra i promotori dei primi campi-scuola per ragazzi della nostra diocesi marchigiana». E della esperienza romana ha sottolineato che si trovò "a contatto, in quella stagione fervida del dopoguerra, con le tante esperienze di impegno laicale nella Chiesa, diffuse su tutto il territorio nazionale. Sempre a Roma ha fatto anche la sua prima esperienza di insegnante elementare con i ragazzi della turbolenta periferia di Primavalle".

Anche la vita bresciana di quegli anni era fervida e Remo fu impegnato da subito nell’Azione cattolica, poiché La Scuola, oltre ad essere all’avanguardia nella cultura pedagogica e nell’editoria scolastica, era una palestra che formava un laicato cattolico protagonista. Nei primi mesi del 1964 incominciò a collaborare con il quindicinale dell’AC, “Realtà giovanile”; e da quel momento non è più mancato il suo contributo comunicativo.

Nel 1967 il grande vescovo mons. Luigi Morstabilini lo chiamò a far parte del primo Consiglio pastorale diocesano che doveva durare un triennio, ma fu prorogato fino al 1972, per portare a termine una serie di riforme che sono ancora oggi alla base delle strutture pastorali diocesane. Remo ha partecipato attivamente, insieme agli altri laici e sacerdoti che ne facevano parte, a un’esperienza che meriterebbe di essere studiata perché è rimasta singolare. Basti dire che mons. Morstabilini, di fronte a questioni importanti su cui le opinioni non erano convergenti, non esitò più di una volta a fare ricorso al voto.

Su “Realtà giovanile”, Remo riflettendo sui laici, la Chiesa e il mondo ha scritto che, quella dei laici è «una presenza lievitante che scaturisce quotidianamente dalla lucida intenzione di operare nel mondo per restituirlo alla sua perfezione naturale, e per orientarlo alla glorificazione di Dio».

Per individuare lo spirito e i modi con cui Remo ha tradotto il suo impegno laicale, lascio la parola a suo fratello: "L’Editrice La Scuola, con il suo gruppo pedagogico, le sue Riviste, i corsi, i convegni sono il campo primario della sua dedizione. La sfida educativa è al vertice della sua spendita. Ed è la coerenza alla sfida educativa (che esige testimoni) che porta Remo a rendersi disponibile e a spendersi nel servizio della città: nel Comune di Brescia (come assessore nella giunta Trebeschi), nella Regione (come consigliere), nella Fondazione Poliambulanza, nella Rete Radié Resch di Ettore Masina".

Con una postilla. Sarebbe interessante riprendere quanto disse nel primo intervento al Pirellone, il 26 giugno 1995: invitò a non sopravvalutare il ruolo della politica che non può assorbire le esigenze spirituali e la sfera etico-religiosa; evidenziò la necessità di non contrapporre la rivendicazione delle autonomie al ruolo fondante delle Stato; approfondì le critiche al documento programmatico in ordine alla formazione e al diritto allo studio da inglobare in un sistema formativo integrale oltre la dimensione produttiva; criticò la separazione tra servizi sanitari e servizi socio-assistenziali. Problemi, purtroppo, tuttora aperti.

Chi ha conosciuto Remo sa che il suo “essere” corrispondeva a come l’ha descritto il fratello: "Aveva un cuore tenero e una inclinazione pura a donarsi. (…) Tutta la sua dedizione di cuore e di intelligenza veniva da lui offerta, senza protagonismi, in modo discreto e leggero, come un semplice saluto. Tutte le sue energie venivano messe a disposizione come fosse la carezza di un saluto, senza pretese. Anche tutte le fatiche e qualche pena venivano vissute e trasfigurate come fossero un affettuoso saluto. Ricordo la preghiera che Remo ripeteva da ragazzo: 'Donami un cuore semplice, che nessuna ingratitudine chiuda, nessuna indifferenza stanchi'".

ANGELO ONGER 07 gen 09:29