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di MIGUEL SABOGAL RUEDA 26 giu 13:40

Tra paura, difesa e ricerca di senso

Il Covid-19 può essere l’occasione per spingerci a ricercare un nuovo mondo interiore ed esteriore e un modo nuovo di stare insieme. L'opinione di Miguel Sabogal Rueda

In questi giorni di emergenza Covid-19 sembra emergere sempre più un nuovo senso di comunità e di apertura verso gli altri. Il valore postmoderno dell’autorealizzazione si integra con quello del trascendendere da sè, ovvero, del realizzarsi nella relazione e per il bene comune. Il “ne va della mia vita” ha assunto il significato del “ne va della nostra vita”.

La paura. Attualmente la paura domina ancora i vissuti emotivi di molti (pare che il 73% dei bresciani tema ancora il contagio rispetto a un 52% della media in Italia) e continua a incidere, nonostante i segnali positivi. La paura, come tutte le emozioni, è di natura adattiva, rende cioè attento l’individuo e lo aiuta nell’organizzazione di tattiche atte a mettere in salvo la propria vita, sia a livello corporeo che mentale. Nella difficile situazione che questa emergenza ci impone di affrontare risulta utile e necessario soffermarsi sul vissuto di stress che è intrinsecamente legato alla paura. Per stress, in questo caso, s’intende il vissuto di condizioni sia interne che esterne all’individuo che allontanano la stessa persona da uno stato di equilibrio.

Stress positivi. Esistono alcuni tipi di stress che sono definiti come positivi: ad esempio, l’eu-stress che tende a favorire un livello di funzionamento ottimale nell’individuo. Altri tipi di stress, quando si protraggono a lungo nel tempo, risultano essere nocivi perfino a livello biologico causando squilibri significativi nella secrezione del cosiddetto ormone dello stress, il cortisolo, che contribuisce a modificare il metabolismo in maniera adattiva. Insomma, una situazione di stress e di paura prolungata nel tempo, come quella vissuta sino ad oggi per il Covid-19, può rendere molto difficile l’avviamento di processi di elaborazione delle informazioni con una esecuzione integrale cognitiva, emotiva e sensorimotoria. In situazioni di alto livello di stress si lascia spazio ad un tipo di elaborazione legata a parti più arcaiche del cervello. Lo stato di pericolo correlato al coronavirus ha facilitato l’inibizione di processi mentali superiori, come la consapevolezza, la gestione dei vissuti emotivi e la capacità di riflessione, lasciando spazio a processi e reazioni perlopiù irrazionali, dove l’esame della realtà viene alterato.

Attacco, fuga e congelamento. Occorre porre attenzione alle reazioni irrazionali di attacco-fuga e congelamento, oppure alle reazioni simili all’attacco di panico, che sperimentiamo in questo momento che risulta essere ancora di allarme e notare quanto esse possano essere adattive. Tali reazioni/manifestazioni vengono attivate dal tronco encefalico in presenza di una minaccia e sono utili per la sopravvivenza, ma come sopra descritto, occorre mediare, attraverso l’utilizzo di regioni cerebrali superiori, e riflettere sugli stati emotivi, per una loro gestione più efficace. Al riguardo è utile ricordare come soprattutto all’inizio dell’emergenza abbia dominato la reazione difensiva dell’attacco: ricordate gli assalti predatori ai supermercati oppure all’attribuzione della colpa di propagazione del virus ai “cinesi”. Questo tipo di difesa particolarmente primitiva si è dimostrata in poco tempo non funzionale e immotivata ed è stata sostituita da un tipo di difesa maggiormente adattiva: la fuga. Così, nel tentativo di sfuggire da un pericolo invisibile, ci siamo rinchiusi nelle nostre case.

Chiusi nel nostro nido. Si tratta di una sorta di iper-adattamento alla quarantena che ora rappresenta una delle difficoltà principali da sconfiggere. Sui social si moltiplicano tutorial e regole che servono per organizzare al meglio il proprio tempo e tutto per fuggire dalla paura e da stati emotivi negativi. Restano ugualmente le reazioni difensive di immobilizzazione che sono tra le più primitive e sono legate alla totale passività. Questo meccanismo di difesa, così come gli altri sopra descritti, risulta essere funzionale dinnanzi al pericolo, ma può diventare un vero ostacolo nel caso in cui risulti estremamente rigido, non flessibile e pervasivo.

La ricerca del senso. Il Covid-19 e le sue ripercussioni possono invece essere l’occasione per spingerci a ricercare un nuovo mondo interiore ed esteriore e un modo nuovo di stare insieme. Ci mette in contatto con l’inautenticità di molte cose di cui ci siamo circondati prima dell’emergenza e ci invita a divenire dei ricercatori di senso. L’impatto traumatico del dolore nella nostra vita ci ha messo in crisi ponendo in luce l’inconsistenza del comandamento “divertiti a tutti i costi” e ci ha aperto alla dimensione introspettiva. Dunque, è possibile rileggere il dolore e la sofferenza che stiamo sperimentando per renderli un’opportunità nuova. Così facendo, al termine di questa pandemia la domanda che ci potremo porre non sarà soltanto “Cosa ho imparato a fare di nuovo?”, ma soprattutto: “Cosa ho imparato di nuovo su di me, sugli altri e sulla realtà che mi circonda?”. Queste sono alcune delle domande che il momento storico ci pone, come esseri umani e come comunità. Questa è la sfida più urgente: capire il senso e il significato più profondo della nostra esistenza, oltre la paura.

MIGUEL SABOGAL RUEDA 26 giu 13:40