Un cammino che inizia
“Nessuno potrà impedirvi di stare vicino alla gente, di condividere la vita. Di camminare con gli ultimi, di servire i poveri. Nessuno potrà impedirci di annunciare il Vangelo ed è di questo che tutti, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere felici”. Le parole di Leone XIV, rilanciate dal vescovo Pierantonio in occasione della rilettura del Convegno Diocesano, sono risuonate come un mandato per i 320 delegati e per tutta la Chiesa bresciana. Siamo nel tempo della semina, non del raccolto. L’abbiamo detto e ripetuto in più circostanze. L’abbiamo ascoltato nelle meditazioni che hanno dato respiro al momento assembleare.
“Siamo impotenti − ha spiegato mons. Erio Castellucci − di fronte alle esigenze del mondo, da una parte, e all’esiguità delle nostre forze dall’altra. Questa sensazione potrebbe condurci su strade che non sono sinodali, cioè non seguono il Signore Gesù, non creano un cammino di popolo dietro a lui. Per esempio, la strada del rifugio nostalgico in un passato spesso idealizzato, la strada del sogno di una situazione che non c’è più.
Questa sensazione è supportata dai dati sociologici che sono chiari, davanti ai quali non possiamo chiudere gli occhi: un calo, a tutti i livelli, di partecipazione alla vita ecclesiale, un calo di richiesta dei sacramenti, un calo di professione di fede a fronte di una crescita di persone che si dichiarano agnostiche o atee. Potremmo continuare. Sono tutti dati da prendere sul serio.
Mi domanderei: se la Chiesa, oggi in Italia, non fosse in crisi, sarebbe la Chiesa di Gesù? O sarebbe una comunità elitaria sotto una campana di vetro? La Chiesa di Gesù osa camminare, infangarsi, impolverarsi”. Fino a che punto siamo disposti a scommettere sulla forza umanizzante della fede? Fino a che punto siamo disposti a liberarci di strutture e sovrastrutture che il più delle volte appesantiscono il nostro incedere? Fino a che punto siamo disposti a sperimentare nuove forme di pastorale (a partire dagli stessi Uffici di Curia), abitando, realmente, gli spazi in cui le persone vivono: la scuola e il lavoro, lo sport e il tempo libero? Parafrasando l’intervento nella chiesa di sant’Afra del cardinale José Tolentino de Mendonça, “la Chiesa del Signore è chiamata a essere segno di speranza non perché ha tutte le risposte, ma perché ha imparato a prendere su di sé le grandi domande umane”. A volte, è vero, ci sentiamo smarriti, un po’ come lo erano i discepoli di Emmaus, siamo incapaci di vedere, insensibili davanti alle richieste dei poveri Cristi calpestati. Eppure, anche quando tutto è perduto, come ha ricordato il cardinale Mario Grech nell’omelia in Cattedrale, c’è margine di manovra. Il Risorto si avvicina, ascolta l’amarezza e offre ai discepoli nuove chiavi di lettura. “Non possiamo racchiudere il Risorto nelle nostre idee, nelle nostre sicurezze teologiche, nei nostri progetti. Per riconoscere il Risorto, serve uno sguardo nuovo, capace di vedere che Lui cammina davanti a noi e accende speranze”. Serve, così come è stato auspicato da molti in occasione del Convegno, un cambio di paradigma della pastorale: dalla programmazione dobbiamo passare alla relazione. La carità e l’incontro con l’altro restano e sono il motore dell’evangelizzazione.
In “La fortuna di essere irrilevanti” (Edizioni San Paolo), Armando Matteo scrive che “la stagione dell’irrilevanza del cristianesimo (in Occidente) non è un malanno di stagione”. Servono trasformazioni strutturali, perchè “non possiamo dare le risposte di ieri alle domande di oggi”, ma “il cristianesimo ha ancora molte carte da giocare”.