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di ADRIANO BIANCHI 08 mar 08:39

Una Chiesa sposa

Le donne sono la spina dorsale di tutto quello che facciamo per la carità, l’annuncio, l’educazione e spesso anche l’amministrazione. Senza di loro dovremmo chiudere. Il debito qui è di riconoscimento e di gratitudine. Certo non basterà nemmeno questo ‘8 marzo’ per superare l’ipocrisia ecclesiale di non passare dalle parole ai fatti

Cristo è lo sposo, ha amato la Chiesa, sua sposa, e ha dato se stesso per lei, per “renderla santa e immacolata” (Ef 5, 25-27). Basterebbero queste poche parole di Paolo per rendersi conto di come il femminile non sia estraneo all’identità teologica della Chiesa. “La Chiesa è sposa, così come per i profeti la sposa era Israele, − diceva San Giovanni Paolo II già nel 1988 in Mulieris dignitatem − ed è un soggetto collettivo, non una persona singola. Questo soggetto collettivo è il popolo di Dio, ossia una comunità composta da molte persone, sia donne che uomini. Cristo ha amato la Chiesa proprio come comunità, come popolo e, nello stesso tempo, in questa Chiesa, che nel medesimo passo è chiamata anche suo ‘corpo’ (Ef 5,23), egli ha amato ogni singola persona. Infatti, Cristo ha redento tutti senza eccezione, ogni uomo e ogni donna. In tale concezione, per mezzo della Chiesa, − continuava il Papa − tutti gli esseri umani, sia donne che uomini, sono chiamati ad essere la ‘sposa’ di Cristo, redentore del mondo. In questo modo ‘essere sposa’, e dunque il ‘femminile’, diventa simbolo di tutto ‘l’umano’, secondo le parole di Paolo: “Non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”(Gal 3,28 ). Dal punto di vista linguistico si può dire che l’analogia dell’amore sponsale secondo Efesini riporta ciò che è ‘maschile’ a ciò che è ‘femminile’, dato che, come membri della Chiesa, anche gli uomini sono compresi nel concetto di ‘sposa’. E ciò non può meravigliare, poiché l’Apostolo, per esprimere la sua missione in Cristo e nella Chiesa, parla dei figlioli che partorisce nel dolore (Gal 4,19 ). Nell’ambito di ciò che è ‘umano’, di ciò che è umanamente personale, la ‘mascolinità’ e la ‘femminilità’ si distinguono e nello stesso tempo si completano e si spiegano a vicenda”. E se Cristo è lo sposo che ci ha amato fino alla fine (Gv 13,1), “nella Chiesa ogni essere umano, maschio e femmina, è la ‘sposa’ in quanto accoglie in dono l’amore di Cristo redentore, come pure in quanto cerca di rispondere col dono della propria persona”.

Direi chiarissimo san Giovanni Paolo II. Non fa una piega. L’urgenza però oggi è capire come dalla descrizione di questa identità al femminile della ‘Chiesa - sposa’ passiamo a una prassi nella vita della comunità cristiana dove questa consapevolezza si rende più esplicita e visibile in tutti gli ambiti. D’altro canto, senza toccare il tema del sacerdozio ministeriale su cui si agita sempre qualche campagna di rivalsa femminista, c’è davvero da chiedersi quanti e quali passi abbiamo fatto e siamo disposti a fare per essere più inclusivi nei confronti delle donne nella Chiesa. Tre sono le occasioni che potrebbero rappresentare un’opportunità, ma che, al contempo, potrebbero rivelarsi come l’ennesimo tradimento del genio femminile nel contesto ecclesiale. La prima è la pubblicazione del nuovo Messale. In termini di linguaggio si è tenuto conto di un’inclusività del ‘femminile’ per una celebrazione dove la ‘Chiesa-sposa’ si percepisca costituita di donne e di uomini? Se i segnali trapelati sul testo saranno confermati l’occasione pare già persa. La seconda è in termini di ministeri e responsabilità di governo. Approfondire la possibilità del diaconato alle donne nella Chiesa cattolica è certo una mossa coraggiosa, ma di fatto come procede l’ingresso di donne in ruoli di responsabilità? E questo non solo in Vaticano, ma nelle diocesi? Per sé non dovrebbe servire l’ordinazione presbiterale per fare il direttore di curia, per guidare una fondazione diocesana o per educare i seminaristi. Qualcosa si è fatto, ma la conta, anche da noi, è ancora abbondantemente in debito. Infine le parrocchie. Le donne sono la spina dorsale di tutto quello che facciamo per la carità, l’annuncio, l’educazione e spesso anche l’amministrazione. Senza di loro dovremmo chiudere. Il debito qui è di riconoscimento e di gratitudine. Certo non basterà nemmeno questo ‘8 marzo’ per superare l’ipocrisia ecclesiale di non passare dalle parole ai fatti. E se siamo già tutti, uomini e donne, ‘sposa di Cristo’, ora è bene agire. Ci farà solo bene. 

ADRIANO BIANCHI 08 mar 08:39